Ketty La Rocca

ketty-la-rocca-ritrattoGaetana (Ketty) La Rocca. nacque a La Spezia il 14 luglio 1938 da Michele e da Elvira Masini. Studiò musica elettronica con P. Grossi al conservatorio L. Cherubini di Firenze, dove si trasferì definitivamente nel 1956, quando sposò Silvio Vasta, da cui ebbe un figlio, Michelangelo.
Dopo aver lavorato in uno studio di radiologia, dagli inizi degli anni Sessanta, si dedicò all’insegnamento nelle scuole elementari. Con l’amico L. Missoni (in arte Camillo) entrò in contatto con il movimento fiorentino d’avanguardia Gruppo 70 di L. Pignotti, E. Miccini, L. Marcucci e L. Ori, fondatori della corrente poetica “poesia visiva”.
La Rocca realizzò i suoi primi collage tra il 1964 e il 1965, frutto di una ricerca caratterizzata da un’interpretazione ironica e trasgressiva delle immagini prodotte dai mass media, già intrapresa dal Gruppo 70. Appartiene a questa fase anche una serie di opere, dedicate a una personale elaborazione dell’ideologia femminista, tese a smascherare la mercificazione dell’immagine della donna (per es. Sana come il pane quotidiano e Sono felice: Saccà, pp. 31, 35). L’uso del collage fu in seguito abbandonato  in favore di stampe emulsionate con materiale fotosensibile, una tecnica più versatile messa a punto in Io sono Peter, del 1965 (Faggi, p. 109).
Le sperimentazioni linguistiche furono oggetto anche di numerose performance che l’artista presentò a Firenze dal 1966 (Poesia e no alla libreria Feltrinelli). La La Rocca proseguì la sua ricerca incentrata sulla funzione e sui linguaggi della comunicazione anche dopo il 1968, anno in cui il Gruppo 70 si sciolse.
Alla parola, dai primi anni Settanta, viene sottratto il valore semantico e razionale, che risulta così un elemento grafico e segnico puro, maturato attraverso la lettura di R. Barthes e in collaborazione con U. Eco. A questa fase appartiene la serie delle lettere giganti, monogrammi tridimensionali in cloruro di polivinile (PVC) nero, tra i quali ricorrono la “J” di “je” e la “I” di “io”, a sottolineare il desiderio di autoaffermazione dell’artista.
Con Punto di vista, del 1969, La Rocca introdusse nella sua opera il coinvolgimento del visitatore: l’installazione era infatti visibile da un foro di circa 30 cm, praticato su un telo scuro mosso dal vento artificiale. Del 1970 sono le prime personali: a Bologna alla galleria d’arte 2000 e al Palazzo dei musei di Modena.
Altre costanti della sua produzione sono le elaborazioni dei codici della segnaletica (come, per esempio, KLR: Io tu e le rose, in Faggi, p. 113), le “riduzioni” e i “polittici” in cui l’artista attingeva a un ampio repertorio che andava dalle icone della storia dell’arte alle foto dell’Archivio Alinari di Firenze, ai ritratti di divi hollywoodiani. Il procedimento che applicò a questo eterogeneo materiale era il medesimo e puntava sull’azzeramento dell’immagine, corrosa dalla parola e dal segno (Autoritratto dell’artista del 1972-73, Filiberto Menna Marilyn Monroe: Saccà, pp. 116, 129, 201).
Nell’ambito della sua ricerca, Ketty La Rocca collaborò alla rubrica Nuovi alfabeti e alla trasmissione Le mani, della RAI – Radiotelevisione italiana, per i sordomuti. Nel 1972 espose il libro d’artista In principio erat (Firenze 1971), presentato da G. Dorfles, e il videoAppendice per una supplica alla XXXVI Biennale di Venezia (riprodotto nella monografia in cd rom Ketty L. di M. Vasta – E. Fontana, Stuttgart 1998).
Le mani divennero l’oggetto costante di azioni teatrali, fotografie e video. La Rocca pose dunque l’accento sul corpo femminile come strumento linguistico, sfiorando in qualche modo la gestualità manifesta negli artisti della body art.
E fu il suo corpo a diventare centrale nell’ultima produzione con la serie delle Craniologie dove la La Rocca, consapevole della malattia che l’aveva colpita e che l’avrebbe portata alla morte, intervenne sulle radiografie della propria testa sovrapponendo ancora le immagini delle mani: una sua mano stretta a pugno o il suo indice (Saccà, pp. 103-106).
Ketty La Rocca morì a Firenze il 7 febbraio 1976.


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