Chris Rain

Chris Rain (1984) è nato e vive a Roma
Ha iniziato a fotografare da autodidatta a pellicola e sviluppa le sue immagini da solo, sfruttando le potenzialità creative della camera oscura. Ha attualmente all’attivo tre progetti fotografici; fotografa essenzialmente in bianco e nero pur non trascurando il colore. I soggetti delle sue fotografie sono per lo più familiari anche se risultano alienati dall’azzeramento dei dati spazio temporali; ciò che emerge sono continue incursioni melodrammatiche nei luoghi della memoria e dell’affezione.
Nel 2009 ha vinto Fotoleggendo; Premio Fotosintesi a Savignano SiFest; Renaissance Art Prize del Barbican Art Center, Londra. Nel 2010 Postcart ha edito il suo primo libro, I am the Snow
Scrive Chris del suo lavoro: ‘Non ci sono numeri o eventi significativi che meritino particolare attenzione, se non una crescente esigenza espressionistica che solo dopo molti anni ha identificato la fotografia come mezzo più idoneo per riversarsi. Ha iniziato da autodidatta, prediligendo fin da subito le fotocamere a pellicola e soprattutto lo sviluppo e stampa in camera oscura, luogo di sperimentazione e ricerca stilistica.
Le sue immagini prendono forma da una profonda analisi introspettiva  nei meandri dei ricordi persistenti al fascino del oblio e in infiniti corridoi straripanti di parole e visioni sinestetiche: aleggia ovunque un atmosfera dilaniata da incursioni melodrammatiche dove il leitmotiv è una sorta di vago disinteresse da quella che è la dimensione spazio-temporale della realtà, come se gli strati che la compongono fossero stati disgregati per poi essere ricomposti secondo un processo sottrattivo caotico e privo di etica, che genera note enigmatiche e disambigue ma allo stesso tempo concede la più totale libera interpretazione a ciò che gli occhi possono vedere. Le inflessioni della voce edificano un regno esistenziale, crocevia di ombre e giganti, dove i protagonisti, non importa chi essi siano, conducono un incessante fuga da qualcosa, lungo un paradossale bilico tra la paura e il desiderio di affermarsi.
Inconsapevolmente vuole dichiarare che è proprio la condizione del ignoto a creare una sconfinata libidine mentale nel individuo, allo stesso modo di un viaggio dove si va alla deriva senza che accada nulla, incuranti di raggiungere una precisa destinazione. A questo intento si contrappone una metafora della tragica condizione del uomo che, assuefatto dalla sua effimera ed edonistica collezione di nulla, resterà sempre un prigioniero che non si rende conto di esserlo, ripiegato su stesso al interno di palazzi serializzati e città di polvere che sussurrano cenere, nascoste vigliaccamente dal loro velo di civiltà.
Il silenzio, letterario o figurativo, è assordante. L’ essere inquieto costringe a compensare l’ esperienza vissuta con quella solo immaginata, scambiare vicendevolmente i loro ruoli fino a far sfumare quel divario in mondi artificiali dove sparire’

 

 

 


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